Chirurgia Generale

Missione Medico – Fondazione ARPA

Missione Medico

Nella foto dalla sinistra verso destra il Prof. Franco Mosca, il Dott. Homero Lopez ed il Dott. Luca Morelli.

Tra i vari progetti della fondazione Arpa, quello che più mi sta a cuore, è legato all’impegno nel sostenere giovani studenti di medicina in America Latina e nell’ospitarli a Pisa per stage formativi.

In particolare ricordo con affetto la visita di Homero Lopez, Chirurgo Peruviano, del paese di Chacas nell’Ancas, sulle Ande, che ha trascorso due mesi a Pisa per uno stage formativo in Chirurgia Generale.

Nel corso di questi due mesi, in cui ho ospitato a casa mia il Dr. Lopez, siamo diventati amici e tutta la famiglia si è affezionata a lui.

Durante questo periodo in cui il Dr. Lopez ha potuto approfondire la sua formazione chirurgica ha partecipato con interesse anche a vari interventi di chirurgia Robotica e si è verificata anche la particolare coincidenza che fosse presente al primo trapianto di pancreas robotico al mondo, eseguito presso le nostre sale operatorie.

Missione Medico

Poiché gli studenti del liceo Scientifico U. Dini guidati dalla Prof.ssa Rosanna Prato sono sempre stati vicini alla Fondazione Arpa per supportare questi progetti, Lopez si è reso disponibile a rilasciare un intervista agli studenti che poi hanno tradotto in un articolo pubblicato sul giornale della Scuola “l’Ulisse”.

Qui di seguito l’articolo che ne è scaturito, scritto dall’allora studente Stefano Forti.

Articolo di Stefano Forti

Non potrebbero aiutare ad aprire la strada per i miei giovani figli di contadini, costretti a migrare a Lima soltanto per guadagnarsi il pane quotidiano?

(Ugo De Censi – Operazione Mato Grosso)

A Chacas, in Perù, vivono duemila persone, raggiungono le cinquemila se si considerano gli abitanti dell’intero distretto di Asunciòn. Immaginate per un istante di essere là, dall’altra parte del pianeta, a 3336 metri sul livello del mare, in un piccolo paesino delle Ande che ancora conserva nell’architettura delle sue case l’impronta spagnola di fine Cinquecento. Dietro ai modesti edifici potete scorgere le cime innevate della catena montuosa più lunga del mondo. Lo spettacolo che appare ai vostri occhi ospita una delle realtà più povere dell’intero Paese e i suoi abitanti osservano incuriositi l’arrivo di un gruppo di scalatori professionisti che è appena entrato in città. Qui nel 1980 è nato Homero Lopez Cuadra che i casi della vita hanno condotto a Pisa, in particolare nella Redazione de’“l’Ulisse”, accompagnato dal collega chirurgo Luca Morelli. E’ in una bella giornata di fine ottobre che intervisto – assieme alla professoressa Prato – il giovane dottore.

Cosa ti ha spinto a diventare medico e qual è la tua storia?

A Chacas abbiamo un ospedale molto bello, costruito dall’Operazione Mato Grosso (OMG), dove lavorano gratuitamente molti medici italiani e nessun peruviano. Per questo motivo sognavo di studiare Medicina: desideravo aiutare i miei concittadini e gli abitanti del mio paese. Sarei dovuto andare a Lima per frequentare l’Università ma c’era il problema dei soldi, i miei genitori erano molto poveri e, benché potessero mantenermi nella capitale, non avevano le possibilità per consentirmi di pagare l’iscrizione ai corsi. Così mio padre andò a parlare con Don Ugo, il fondatore dell’ OMG che accettò di aiutarci e mi trovò un posto in una casa per studenti; mancavano ancora i soldi per l’iscrizione e per le tasse. Fu allora che incontrai la biologa pisana Cristina Costa che mi mise in contatto col prof. Mosca e con ARPA. Il loro sostegno economico mi ha consentito di cominciare gli studi nel 1998 e di finirli nel 2005, rispettando i tempi previsti dall’Università. Nell’estate del 2006 ho effettuato il tirocinio rurale, visitando gli abitanti delle zone più povere delle Ande, poi ho lavorato nell’ospedale di Chacas per un po’ e mi sono accorto che mancava un chirurgo in grado di tenere attiva la sala operatoria durante tutto l’anno. Volevo tornare di nuovo a Lima e così ho fatto. Ho superato l’esame per entrare a Chirurgia Generale e ho iniziato la specializzazione e sono adesso al terzo e ultimo anno. L’Università promuove un programma di esperienze all’estero della durata di un mese, così ho deciso di venire qui a Pisa – approfittando anche di un mese di vacanza in più – dove ho incontrato il prof. Mosca e Luca. Volevo ringraziarli per il loro aiuto e vedere come funziona il vostro sistema sanitario…

…che impressione hai avuto a questo proposito venendo dal Perù?

Le prime cose che mi hanno meravigliato sono la tecnologia avanzata a vostra disposizione e i materiali che utilizzate in chirurgia. In Perù non abbiamo tutto questo, non abbiamo la possibilità di fare dappertutto interventi della stessa importanza di quelli che fate qui; sterilizziamo spesso strumenti che in realtà sarebbero monouso. Alcuni interventi “grossi” possiamo farli solo a Lima, ma le condizioni di igiene non sono certo le vostre. Il problema da noi sono i soldi, non tutti possono permettersi di pagare l’assicurazione che copre l’assistenza sanitaria. Calcoliamo il prezzo dell’intervento secondo il paziente che dobbiamo operare; questo comporta ad esempio che per alcuni si utilizzino suturatrici già utilizzate. I medici peruviani sarebbero ben preparati, purtroppo non hanno i mezzi giusti. Luca ve lo conferma: possiamo discutere un caso clinico praticamente alla pari.

Qui in Italia ho assistito a molti interventi, come dottore in visita perché la mia laurea non è riconosciuta al momento e dovrei sostenere un esame per il quale sono previsti soltanto due appelli all’anno. Problemi di Università…

… le università peruviane sono pubbliche o private?

La mia è un’università privata, una delle migliori del Perù. Per la specializzazione non c’è quasi differenza tra l’una e l’altra dal punto di vista di costi. In tutta la nazione ci sono ventisei centri universitari di Medicina, otto solo a Lima, ed esiste una gerarchia tra i diversi istituti. Alcuni sfornano medici migliori, altri medici molto meno capaci.

Come sia accede ai corsi di specializzazione migliori?

Bisogna studiare molto e superare un esame. Per la specializzazione di Chirurgia Generale erano disponibili solo quattro posti ed eravamo quaranta candidati, ce l’ho fatta solo studiando…

Lo studio ha rappresentato per te il cambiamento?

Senz’altro. Per un povero, in Perù, l’unica via per uscire dalla miseria è studiare e trovare un lavoro diverso da quello dell’operaio o del campesiño. I campesiños sono contadini che lavorano la terra per il solo autoconsumo e ne abbiamo moltissimi; quando il raccolto non basta per vivere sono costretti a vendere i loro animali.

Qui in Italia viviamo in un momento in cui lo studio può non aprire nessuna possibilità. Da voi invece è una garanzia di lavoro?

Nella maggior parte dei casi sì, è l’unico modo di raggiungere un posto nella società per chi non proviene da una famiglia ricca. Lo studio e il sacrificio sono fondamentali. Mi alzo tutti i giorni alle quattro e mezza del mattino, arrivo all’ospedale alle cinque e mezza e lavoro fino alle otto di sera. Visito i pazienti, preparo coloro che devono essere operati, controllo chi ha già subito un intervento; poi entro in sala operatoria e quando esco faccio un secondo giro di visite. E’ la giornata tipo degli specializzandi prima di rientrare a casa. La selezione da noi è molto dura e nessuno può permettersi di non entrare in sala operatoria oppure di evitare gli esami pratico-teorici mensili, per i quali studio la notte, nella pausa pranzo, nel corso delle discussioni delle cartelli cliniche con i medici. Chi non sostiene il ritmo deve smettere.

E’ un sistema molto rigido…

Sì, considerando anche che il Perù avrebbe bisogno di molti chirurghi in più di quanti ce ne siano oggi. Quelli meglio retribuiti lavorano nel privato e non sono al servizio di tutti. Certo sono i più famosi…

Un giorno forse sarai un chirurgo famoso…

(sorride)… lo spero… qui da voi ho fatto esperienza anche di chirurgia robotica. Noi non l’abbiamo e, pur non potendo operare, ho “giocato” con il joystick del macchinario anche se mi sarebbe piaciuto provare con un paziente. Sono solo in due chirurghi generali a Cisanello capaci di utilizzare il robot, serve una preparazione di laparoscopia avanzata poi si migliorano lavorando sul campo. Sempre più aziende stanno comprando il robot a quanto pare e i dottori di Pisa faranno corsi di formazione per portare avanti interventi sempre meno invasivi. Ho potuto assistere, emozionatissimo, al primo trapianto robotico di pancreas al mondo eseguito dal prof. Boggi [ndg: intervento eseguito il 27 settembre 2010]; ho potuto riprendere la novità e la farò vedere in Perù! Dall’ecografia alla paziente sembra che tutto sia andato bene…

Paesi tanto lontani offrono opportunità diverse. Che cosa ti rimarrà più impresso?

Tutti gli interventi di grossa portata fatti dall’équipe del prof. Mosca; il trapianto robotico di pancreas, sicuramente, e sopratutto il fatto che il chirurgo italiano si occupi anche dell’ecografia dei suoi pazienti. Specialmente quest’ultima cosa la voglio “importare” in Perù dove la netta separazione tra clinica e radiologia causa ancora considerevoli perdite di tempo. E’ un insegnamento pieno di senso del prof. Mosca, un vero Maestro. L’Ospedale di Cisanello sta cercando di offrire un ecografo all’OMG e questo porterebbe una ventata di aria fresca nei nostri ospedali.

Adesso una curiosità. In una Medicina raggiunta alla robotica che peso ha la medicina popolare, quella della sapienza antica?

A Lima non utilizziamo più la medicina alternativa, invece a Chacas – e in altre zone più isolate – dove non c’è ancora molta fiducia nei farmaci e nella medicina, si usano delle erbe curative. Io stesso ne ho “prescritte” per malanni minori come un mal di gola o una tosse. Quando ero piccolo mia mamma non mi ha mai portato in ospedale, né vaccinato, ci curavamo esclusivamente con delle piante.

Sono rimasto stupito quando anche qui in Italia, a Firenze, ho visto un uomo che si affidava a Sant’Antonio per curare il suo malanno! E’ bello vedere che anche qui esista una tradizione di questo tipo… mi sono ricordato del mio paese.

Non c’è qualcuno, nell’Università peruviana, che si occupi di conservare la tradizione?

Sì, nella mia facoltà c’è. Ma si preferisce insegnare le tecniche alternative ai soli infermieri, che acquisiscono le abilità necessarie per accudire il paziente. Inoltre molti infermieri sono costretti a lavorare anche come medici nelle realtà più disagiate, dove le persone sono molto diffidenti come ho già detto.

Parli italiano molto bene, complimenti!

Grazie, ho ancora qualche difficoltà… Conosco anche il portoghese, l’inglese e il quechua. La lingua degli Incas che è ancora diffusissima e nella quale sono svolti anche alcuni corsi universitari. La conoscenza del quechua è fondamentale per lavorare nelle aree rurali dove risulta utile per convincere le persone a lasciarsi curare ed evitare che ricorrano a rimedi sbagliati. L’ho imparato dai miei genitori e sono felice di saperlo, mi servirà per il futuro.

Rivolgo adesso una domanda al dott. Morelli. Nel momento in cui si opera qualcuno si è investiti di una grande responsabilità. Quali sensazioni si provano e come si fa a mantenersi lucidi nel corso dell’intervento?

M – Difficile dare una risposta, si arriva col tempo a poter gestire la responsabilità. Non è soltanto una questione di tecnica, serve stare immersi per un po’ di tempo nella routine quotidiana delle problematiche e delle complicanze. La lucidità è una caratteristica intrinseca di ciascuno anche se in parte si può educarla, le emozioni si controllano ma c’è chi è più portato di altri nel farlo. Bisogna essere nati per fare questo tipo di lavoro, in un certo senso. Nella Scuola del prof. Mosca il paziente è seguito dall’inizio alla fine dell’intervento da un solo operatore, senza cambi in corso d’opera; si richiede una grande assunzione di responsabilità nei confronti di chi è sottoposto all’intervento. Una volta terminato l’intervento lo seguiamo anche nella fase di recupero, non badiamo molto alle ferie o alla domenica e lavoriamo con passione per offrire le cure migliori. E’ una regola che ci ha insegnato il nostro Maestro e in cui credo. Forse siamo un po’ legati alla tradizione ma per noi è impensabile lavorare altrimenti, servono motivazione, impegno e spirito di sacrificio ogni giorno. Nonostante questo non cambierei un solo giorno del mio percorso che, in questi diciassette anni, mi ha sempre procurato gioie e soddisfazioni incredibili. Senza dubbio l’incontro con un Maestro come il prof. Mosca è incoraggiante.

H – In Perù non esiste la figura del maestro. Ci sono gli assistenti e si lavora in un clima pressoché paritario, anche in questo senso ci differenziamo da quanto ho visto qui a Pisa. Il fatto che ciascuno possa fare determinate scelte genera un po’ di confusione…

M – Noi impariamo i gesti chirurgici dal Maestro e lavoriamo nello stesso modo. Questo evita l’incertezza in coloro che devono imparare il mestiere come gli specializzandi. Abbiamo una Scuola consolidata nel tempo che riesce a unire la tradizione e la modernità e che evolve rispettando un’impostazione coerente a quella che gli ha imposto colui che l’ha fondata.

Finisce qui il nostro incontro con Homero. Torniamo allo studio di tutti i giorni mentre lui si prepara a tornare a Lima nei prossimi giorni. Ci siamo arricchiti, incontrando una persona che è riuscita a realizzare il proprio sogno e che ci ha messi in contatto con una cultura tanto lontana. Prima di lasciarci ci scambiamo gli indirizzi e-mail insieme alla promessa di rivederci presto, forse – dopo un’emozionante scalata – tra le vette di una Chacas migliore anche per merito suo.

Stefano Forti VC

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